Chi entra la prima volta al Santa Maria della Pietà e legge sulla facciata dell’edificio principale “manicomio della provincia” non può fare a meno di pensare al bellissimo film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e alla sua indimenticabile colonna sonora. Ma poi, percorsi pochi passi, ci si rende subito conto che il comprensorio non fa certo pensare ad un manicomio ma piuttosto ai giardini di una antica e dimenticata villa.
Le strutture del S. Maria occupano una porzione di territorio di 27 ettari compreso tra la Via Trionfale e Torrevecchia su cui sorgono 32 edifici chiamati “padiglioni” destinati un tempo al ricovero e alla cura dei malati di mente; i padiglioni, visti dall’alto, assomigliano ad un cervello umano ed evocano ricordi poco piacevoli.
Ma chiusi i manicomi grazie alla Legge Basaglia, il S.Maria della Pietà si è riconvertito e oggi si presenta come una struttura polifunzionale dove operano numerosissime realtà.
Si entra al Parco dall’ingresso di Via Gabelli poco distante dalla stazione Monte Mario e si può percorrere l’anello circolare che corre lungo la periferia del comprensorio.
Un grande pannello ci aiuta a capire come muoverci perché la grande struttura oggi è stata suddivisa tra la ASL Roma E, gli Uffici del XIX Municipo, il Museo Laboratorio della Mente, il Centro ANTEA per le cure palliative, la casa famiglia Pulcinella, la Fondazione Roboris, il SERT, l’Associazione “Ex-lavanderia” oltre a sette padiglioni dimessi di cui almeno uno occupato abusivamente da alcune famiglie.
Un dedalo di vialetti che vanno da un padiglione all’altro e percorrono spazi erbosi con vecchie e malandate fontane, piccole pinete e rugginose recinzioni al di là delle quali sorgono pollai e orti.
L’ex-manicomio è un luogo tanto inusuale da apparire fantastico, il palcoscenico ideale per pellicole surreali dove in un incredibile miscuglio convivono edifici appena restaurati, padiglioni in rovina, strutture pulite e ben organizzate e fatiscenti ruderi, il tutto condito da quello che c’è al di là della recinzione: un vecchio campo di calcio in abbandono, un edificio occupato abusivamente e circondato da rifiuti, il campo nomadi e la “porta portese” di Torrevecchia (in realtà di mercati ce ne sono due perché c’è anche quello che i rom organizzano con merci provenienti dalle cantine o dai cassonetti).
Insomma razionalità e degrado convivono naturalmente con grande malumore dei residenti che amano passeggiare lungo i vialetti asfaltati e che vorrebbero un maggiore impegno da parte delle istituzioni e del servizio giardini; in effetti, nonostante alcuni interventi fatti da volontari e un paio di aree gioco per bambini, tutto il resto versa in pessime condizioni a cominciare dalle apparecchiature messe a terra per contrastare la presenza di roditori e oggi sistematicamente distrutte.
E che dire poi delle bellissime e grandi palme oramai in gran parte malate e prossime ad esalare l’ultimo respiro; quelle che circondano la grande fontana al centro della struttura sono quasi tutte morenti e dozzine di lunghe foglie giacciono in terra in uno scenario alla “day-after”.
Eppure il luogo con tutto il corollario di sporcizia e degrado non perde il suo fascino merito forse delle essenze arboree che nel parco sono presenti con specie e varietà diverse.
Dal sito di Roma Capitale leggiamo: “Nel parco vegetano spontaneamente l’alloro, e le querce sempreverdi, inclusa la sughera, e svariate specie di origine sub-tropicale; vi sono i lecci, le robinie per i viali, i tigli per creare zone d’ombra, pini, cedri, cedri della California, eucalipti e cipressi per le aree boscate, originariamente messe a dimora per la loro funzione balsamica, palme, sequoie, pini domestici e molte altre specie.
A tutte queste, che già configuravano il parco come un arboreto, se ne sono aggiunte nel tempo molte altre arrivate nei modi più disparati, per iniziativa di giardinieri, infermieri, medici o pazienti. Se l’insieme ha perso nel tempo in coerenza progettuale ha però guadagnato in diversità botanica; infatti oggi nel parco si possono censire 19 specie di conifere, 8 specie di palme e cycadaceae, 9 specie di latifoglie sempreverdi, 7 specie di altifoglie caducifoglie seconda grandezza, 20 specie di arbusti e siepi sempreverdi e 15 specie di arbusti, siepi e rampicanti caducifoglie”.
Lasciando il Parco ci si può fermare nei pressi dell’edificio oggi Centro Studi e Ricerche per gettare uno sguardo, attraverso i vetri chiusi, al simbolo della “pietas” che ha dato il nome a questa grande struttura e alzare una preghiera al cielo affinché i nostri amministratori intervengano quanto prima a ridare dignità a questo parco.






















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